Linguaggio di genere e atti giudiziari, risponde la Crusca

Con un documento dello scorso 9 marzo l’Accademia della Crusca ha risposto ad un quesito posto dalla Corte di Cassazione sulla scrittura rispettosa della parità di genere negli atti giudiziari.

La Crusca ha dato delle indicazioni molto chiare. Vediamo nelle prossime schede quali sono.

  • Evitare le reduplicazioni retoriche.

Esempio, evitare “lavoratori e lavoratrici” quando ci si riferisce ad una pluralità, per ragioni di sintesi. Meglio sostituire il termine con uno neutro e se non è possibile, va bene il maschile plurale inclusivo.

  • Uso dell’articolo davanti ai cognomi di donne.

L’uso dell’articolo davanti al cognome femminile (ma anche maschile) è discriminatorio. Se si vuole aggiungere l’informazione meglio precisare il nome.

  • Esclusione dei segni eterodossi e conservazione del maschile non marcato per indicare le cariche, quando non siano connesse al nome di chi le ricopre.

Niente asterischi (non hanno corrispondenza nel parlato) e schwa (è un suono che non appartiene alla lingua italiana). “In una lingua come l’italiano, che ha due generi grammaticali, il maschile e il femminile, lo strumento migliore per cui si sentano rappresentati tutti i generi e gli orientamenti continua a essere il maschile plurale non marcato, purché si abbia la consapevolezza di quello che effettivamente è: un modo di includere e non di prevaricare”.

  • Uso largo e senza esitazioni dei nomi di cariche e professioni volte al femminile.

Sì ad avvocata, magistrata, prefetta, segretaria generale, architetta, etc.

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